La falsa felicità è meglio della realtà insostenibile? Come funziona la mente

In un libro delle elementari di un po’ di anni fa c’era questa piccola storia:

“un gruppo di signore si erano trovate di sera nella canonica per preparare alcune cose per la messa del giorno successivo. Finito il lavoro si fermarono a fare due chiacchiere e poi ognuna tornò alla propria casa. L’ultima persona ad andare via fu la perpetua, che si trattenne qualche minuto in più, poi anche lei chiuse la porta ed andò via. Fatti pochi passi si sentì afferrare per il mantello e rimase completamente bloccata. Ovviamente sto parlando di strade poco illuminate di tanti anni fa. La povera donna si spaventò moltissimo, in un attimo le vennero in mente tutte le storie di ladri, banditi e della triste fine che facevano le persone che finivano loro prede. Non ebbe nemmeno il coraggio di sbirciare e svenne. Quando rinvenne, albeggiava. Ricordò tutto, si sorprese di essere ancora viva e non in un covo di banditi, ma in strada. Le ci volle un attimo per focalizzare quello che era successo: il suo mantello era rimasto preso nella porta. Si alzò, fece pochi passi indietro, aprì la porta e si liberò”.

Qual è il senso di questa storia? Il senso è che guardare la realtà rende liberi dalla paura ed aiuta a risolvere i problemi. Sembra facile, eppure non è quello che succede sempre. Troppo spesso ci creiamo una realtà alternativa e viviamo secondo questa realtà immaginaria.

Non sto parlando di quei casi come gli abusi sui bambini, i traumi importanti come gli incidenti, quei casi nei quali la realtà alternativa può essere l’unica forma possibile per la sopravvivenza psichica. Eppure anche in questi casi, quando poi ci si lavora, la persona è veramente libera.

Qui sto parlando di creare una realtà alternativa che non coincide col reale. Questa realtà ci aiuta a vivere? Ci aiuta solo a sopravvivere, nemmeno bene, senza risolvere i problemi.

Se ci si chiede di pensare al momento più bello della nostra storia d’amore, spesso in risposta ci viene un momento che risale ad un bel po’ di tempo prima e nel frattempo come vivevamo? Nel frattempo abbiamo sopportato situazioni assolutamente non gratificanti, o che lo sono molto poco.

Come se stessimo vivendo una favola che prima o poi finirà bene. Prima o poi lui o lei all’improvviso ci vedrà per quello che siamo e ci amerà di nuovo, o meglio si renderà conto di averci sempre amato. Ovviamente questo è valido in tutte le relazioni, d’amicizia, di lavoro, ecc. Diciamo facilmente: “è un’amicizia di tanti anni” e ci dovremmo chiedere se è ancora gratificante? E’ ancora tale?

Perché, invece, preferiamo non guardare? Perché siamo spaventati da quello che potrebbe succedere se guardassimo in faccia la realtà.

Quindi dovremmo concludere con un “meglio cosi”.

La paura ci fa male. Oltre a toglierci lucidità, ci impedisce di guardare alle soluzioni possibili, crea danni al sistema emotivo. Noi finiamo col tollerare le conseguenze di questa cecità voluta che finisce col procurarci disturbi somatici. Preferiamo prendere farmaci che, certo funzionano ma, non possono aiutare per sempre.

Questo orientamento lo abbiamo, a volte, anche per le malattie. Ci ostiniamo a pensare di star bene, mente sappiamo di essere malati. In questi casi a che serve immaginare di star bene? Serve a nasconderci la paura che in realtà abbiamo.

Il meccanismo però è sempre lo stesso. Ciò che ci fa andare in protezione sa di aver messo in atto una finzione e le finzioni assorbono energie mentali ed emotive. Guardare alla situazione così com’è, qualunque situazione, ci mette in condizione di guardare alle alternative e poter agire, per provocare il cambiamento. Crea il presupposto anche per chiedere aiuto, se necessario, prima che sia troppo tardi. Questo funziona sempre, sia che si tratti di problemi relazionali, che di lavoro, etc.

Torniamo al discorso dell’amicizia di tanto tempo. Potremmo renderci conto che non è più tale, chiederci cosa è cambiato, lavorare per migliorarla, oppure accettare che non è più un’amicizia. Perché non lo facciamo? Forse per quell’eterna ricerca della felicità, anche se illusoria, una falsa felicità, dunque, è meglio della realtà?

A creare queste condizioni non sono solo le favole o i cartoni animati, dove tutto finisce sempre bene, un grosso impatto su di noi ce l’hanno anche i media, con i loro tanti programmi che incoraggiano alla fuga dai problemi ed immagini di un mondo bello e perfetto (basta guardare un po’ di pubblicità).

Allora se siamo in una felicità, anche se falsa, perché questo nodo alla bocca dello stomaco, perché l’ansia che non ci fa dormire?

Forse perché dentro di noi sappiamo che stiamo pagando un prezzo troppo alto per non voler “vedere” la realtà, che può far male, eppure ci prepara ad una realtà diversa certamente migliore.

Per fare questo abbiamo bisogno di lasciare andare il nostro posto falsamente sicuro ed andare verso l’ignoto. Accettare il transito che può essere anche doloroso.

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